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Disponibilità risorsa idrica in Veneto: a settembre precipitazioni ancora col segno meno, l’anno idrologico si chiude con un deficit del 23%

Il mese di settembre 2026 conferma una grave e persistente carenza idrica in Veneto. Secondo i dati Arpav analizzati da Anbi Veneto nel proprio bollettino sulla disponibilità di risorsa a settembre, le piogge mensili (media di 89 mm, -19% rispetto al valore medio dei 30 anni) sono state disomogenee e insufficienti: mentre la costa veneziana orientale ha registrato localizzati violenti rovesci che hanno causato anche allagamenti, il deficit è rimasto acuto in Polesine e nel Delta del Po. L’intero anno idrologico (ottobre 2025 – settembre 2026) si chiude con appena 872 mm di pioggia, segnando un deficit del 23%.

Nella fase conclusiva della stagione irrigua, tutti i principali corsi d’acqua della regione presentano portate fortemente sotto la media storica: il crollo più critico riguarda il Bacchiglione (-69%), seguito da Adige (-57%), Po (-43%), Livenza (-42%) e Brenta (-28%). Le falde sotterranee restano in sofferenza senza benefici apprezzabili derivanti dalle piogge di fine estate. Ancora elevate le temperature, con un valore medio di 21,7 °C e un’anomalia termica di +1,6 °C.

Le proiezioni per ottobre 2026 elaborate dal Centro di sperimentazione per l’innovazionei Irrigua (Ce.Sp.I.I) Consorzio Leb indicano un Veneto diviso in due. Nel settore occidentale e settentrionale prosegue la scarsità di pioggia con bilancio idrico negativo e terreni asciutti che complicano le semine autunno-vernine; si raccomandano lavorazioni superficiali e conservative. Al contrario, l’area centro-meridionale attende piogge abbondanti e sopra la media che richiederanno attenzione allo sgrondo delle acque per evitare ristagni e compattamento del terreno. L’evapotraspirazione colturale si manterrà generalmente elevata a causa di temperature superiori alla norma, pur rimanendo contenuta tra i 53 e i 64 mm.

Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto: “Dopo una stagione irrigua difficile è necessario sostenere concretamente le aziende agricole, ma la risposta non può essere soltanto economica. Dobbiamo accelerare sui progetti multifunzionali per l’accumulo dell’acqua e sviluppare interventi di ricarica delle falde. Allo stesso tempo, tecnologia e ricerca devono aiutarci a utilizzare l’acqua in modo sempre più efficiente, garantendo le esigenze di agricoltura, ambiente e paesaggio”.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

17-18 ottobre, a Jesolo (Venezia) torna “M’illumino di spezie”

Torna sabato 17 e domenica 18 ottobre in centro storico a Jesolo (Venezia) l’appuntamento con “M’illumino di Spezie”, manifestazione a ingresso gratuito ideata da Veneto a Tavola e dalla storica della gastronomia Carla Coco in collaborazione con il Comune di Jesolo e il supporto di partner d’eccellenza. L’evento, giunto alla quinta edizione e inserito nell’ambito della tradizionale Festa d’Autunno in programma nello stesso fine settimana nella cittadina veneziana, trasformerà piazza Primo Maggio in un vivace palcoscenico di profumi, sapori e cultura, celebrando il legame profondo tra la storia della Serenissima, i prodotti d’eccellenza del territorio e l’arte speziata.

Il fil rouge dell’edizione 2026 si rinnova profondamente: l’esposizione principale (all’Hotel Udinese) è organizzata come percorso olfattivo guidato, lasciando spazio a una classificazione basata sui profili aromatici e sulle proprietà delle spezie (riscaldanti, balsamiche, terrose e agrumate). Due le mostre allestite: una con 250 varietà di essenze anche rare e l’altra con 200 tipi di peperoncini provenienti da tutto il mondo. Sarà un vero e proprio “viaggio interattivo” che richiama le antiche tradizioni fitoterapiche e culinarie.

Il tema culturale è incentrato sulla straordinaria figura del vicentino Antonio Pigafetta, viaggiatore attento che all’inizio del Cinquecento arrivò alle Molucche – leggendarie Isole indonesiane delle Spezie- con la spedizione di Magellano e che da uomo di lettere ha lasciato una inestimabile Relazione della sua navigazione fatta attorno al Mondo. Tra le grandi novità di quest’anno spicca il consolidamento della sinergia con i produttori e i consorzi italiani di eccellenza, in particolare il Consorzio Liquirizia di Calabria. Significativo il coinvolgimento corale di 24 esercizi di food&beverage jesolani che “adotteranno” una spezia per dare vita ad un percorso di gusto diffuso con snack gourmet, gelati, dolci e cocktail.

Molte le iniziative in programma: spazio e importanza avranno le masterclass e gli show cooking d’autore, incontri di approfondimento culturale, liquoristico e gastronomico con esperti e brand storici come Distilleria Bonaventura Maschio e Distilleria Varnelli, esplorando l’evoluzione degli aperitivi e degli amari tradizionali con erbe e spezie. La prima giornata, sabato ore 18.30, si chiuderà con l’attesissima finale nazionale del Campionato Italiano Super Hot curata dal Jack Pepper Group: tappa del circuito nazionale dove sarà eletto il vincitore con sfide a base di varietà estreme come il piccantissimo Carolina Reaper.

Domenica show cooking in piazza con lo chef Alessandro Menditto del ristorante sardo “Il Fuoco Sacro di San Pantaleo” (una stella Michelin); preparerà un risotto con zucca e fava tonka macerata nel rum. A seguire, Elisa Carraro della pasticceria Zamatteo di Jesolo, presenterà il suo pâte de fruits alla mela e vaniglia. Prevista una piccola degustazione finale gratuita.

Per avvicinare i più piccoli al mondo degli aromi ci sarà “Il piccolo cartografo”: giocoso laboratorio ispirato alla figura di Fra’ Mauro che nel 1459, senza mai lasciare il suo monastero di Venezia, seppe disegnare il mondo.

Fonte: servizio stampa M’illumino di spezie

Nato l’Osservatorio Olivicolo Veneto. Assessore Bond: “Grande ricchezza non ancora mappata; useremo i dati per intervenire e individuare aree a rischio abbandono”

Non un mero archivio di dati, ma uno strumento per monitorare lo stato dell’olivicoltura veneta, come sta cambiando e dove è necessario intervenire. In attuazione della legge regionale 9/2026, la Giunta regionale ha istituto l’Osservatorio Olivicolo Veneto, affidandone le funzioni a Veneto Agricoltura. Il programma dell’Osservatorio, che ha preso avvio a ottobre e si concluderà il 31 dicembre 2028, mette a disposizione complessivamente 1,05 milioni di euro, pari a 350 mila euro l’anno: 250 mila euro annui per le attività dell’Osservatorio, 90 mila per la promozione e valorizzazione del patrimonio olivicolo e 10 mila per le iniziative di sensibilizzazione dei consumatori.

“L’olivicoltura veneta – sottolinea l’assessore all’Agricoltura Dario Bond – è parte del nostro paesaggio e della nostra economia rurale. Se un oliveto viene abbandonato, scompare parte dell’identità di una comunità: per questo abbiamo bisogno innanzitutto di sapere con precisione che cosa abbiamo e dove lo abbiamo. L’Osservatorio nasce per questo: mettere a sistema le informazioni e trasformarle in politiche agricole più puntuali e più utili alle aziende”.

In Veneto sono stimati oltre 4.100 olivicoltori attivi, ma soltanto il 65% risulta censito attraverso il fascicolo aziendale. La dimensione media delle aziende è di circa 1,2 ettari, con una gestione media di circa 230 piante per azienda. Una struttura produttiva fortemente frammentata, che rende ancora più importante disporre di una fotografia aggiornata del patrimonio olivicolo regionale. A questo si aggiunge la progressiva contrazione delle aziende: secondo i dati richiamati nella legge regionale, nel 2013 erano 7.042 le aziende venete dedite alla coltivazione dell’olivo, mentre nell’ultimo decennio il numero si è ridotto di circa il 39,4%. Anche la resa in olio evidenzia una situazione da monitorare: dai valori medi del 15% degli anni precedenti si è scesi sotto il 10%, con un dato del 9,8% nel 2024.

“Abbiamo migliaia di olivicoltori, tante piccole realtà familiari e un patrimonio che in molte zone è strettamente legato alla conformazione collinare del territorio – aggiunge Bond -. Dobbiamo mettere queste aziende nelle condizioni di essere più visibili, più organizzate e più competitive, senza perdere la specificità che rende riconoscibile la nostra olivicoltura”. L’Osservatorio realizzerà quindi una mappatura georeferenziata degli oliveti veneti, integrando immagini satellitari, banche dati Avepa, Sian e Agea, e informazioni provenienti dai Consorzi di tutela delle DOP Garda e Veneto. Il sistema permetterà di associare alle superfici le principali informazioni agronomiche, fitosanitarie, produttive e qualitative e, dove possibile, anche gli elementi storici e culturali degli oliveti di particolare pregio.

L’Osservatorio non si fermerà però alla fotografia dell’esistente. I dati raccolti saranno utilizzati per costruire nel tempo modelli previsionali sulle produzioni e sulle principali problematiche fitosanitarie, arrivando anche a una vera e propria zonazione olivicola del Veneto. Tra le varietà oggetto di particolare attenzione figurano Rasara, Favarol, Matosso, Casaliva e Grignano. La mappa dell’Osservatorio servirà anche a individuare le superfici collinari abbandonate a rischio di dissesto. La stessa legge regionale individua infatti nel contrasto all’abbandono una delle finalità della nuova politica olivicola. Il programma prevede inoltre un censimento degli oliveti monumentali, storici e di particolare pregio, anche attraverso il confronto con la cartografia storica e il coinvolgimento di enti locali, parchi, università e associazioni culturali. Questi elementi potranno successivamente entrare nei percorsi di oleoturismo regionale.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Mosca della frutta, nel Veneziano il primo ritrovamento in Veneto

Per la prima volta la mosca orientale della frutta (Bactrocera dorsalis) è stata riscontrata in Veneto. La presenza dell’insetto, classificato dall’Unione Europea come organismo nocivo da quarantena prioritario, è stata individuata dal Servizio Fitosanitario regionale nel corso delle attività di monitoraggio svolte nel comune di Venezia, nella zona di Favaro Veneto (Venezia). La Regione del Veneto ha avviato quindi le attività di controllo previste dalla normativa europea, con la delimitazione dell’area interessata e avviato un progetto biennale realizzato insieme al Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, con l’obiettivo di verificare l’effettiva presenza e consistenza della popolazione dell’insetto, monitorarne l’eventuale diffusione, ricostruirne l’origine e individuare le aree maggiormente esposte al rischio.

“Abbiamo riscontrato per la prima volta la presenza di questo organismo in Veneto a fine 2025 e ci siamo mossi immediatamente, come previsto dalle disposizioni europee per gli organismi nocivi da quarantena prioritari – sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond -. Non è il momento di creare allarmismi, ma nemmeno di sottovalutare il fenomeno. La Bactrocera dorsalis può colpire numerose specie frutticole e orticole e la prevenzione, in questi casi, è la prima forma di tutela per il nostro patrimonio agricolo. Per questo abbiamo attivato subito il monitoraggio e ora mettiamo in campo un protocollo ancora più avanzato, che unisce il controllo sul territorio alla ricerca scientifica e alle nuove tecnologie di analisi”.

L’insetto

La Bactrocera dorsalis, conosciuta come mosca orientale della frutta, è di origine tropicale e subtropicale (in particolare dal SudEst asiatico) considerato tra i fitofagi più dannosi per le produzioni agricole. La sua pericolosità è legata alla capacità di svilupparsi a carico di un elevato numero di specie di piante ospiti, comprese colture frutticole e orticole. Le larve si sviluppano all’interno dei frutti, provocandone il deterioramento e compromettendone la commerciabilità, ed è così che è arrivata in Veneto. La specie è già stata rinvenuta in Italia in Campania ed Emilia-Romagna. In Veneto, gli esemplari sono stati individuati nell’ambito del monitoraggio svolto nel 2025 a Favaro Veneto. Le catture sono state registrate tra il 17 luglio e il 18 novembre e le indagini hanno evidenziato una dinamica compatibile con il susseguirsi di quattro generazioni, con una diffusione stimabile in un raggio di circa 10 chilometri.

Il nuovo piano regionale per il biennio 2026-2027 concentrerà l’attenzione sull’area del focolaio e sui principali punti potenzialmente esposti all’introduzione dell’organismo, come porti, aeroporti e centri agroalimentari. Attorno al luogo del ritrovamento verrà individuata una potenziale zona infestata con un raggio di 500 metri, accompagnata da una zona cuscinetto di 7 chilometri. Nell’area interessata saranno intensificate le attività di trappolaggio, cattura massale e campionamento, mentre il monitoraggio proseguirà sull’intero territorio regionale. “Dobbiamo capire con precisione e nel più breve tempo possibile se siamo di fronte a un’introduzione occasionale oppure alla presenza di una popolazione che sta tentando di insediarsi stabilmente – prosegue Bond -. E per farlo non basta individuare un insetto in una trappola: dobbiamo seguirne la dinamica, analizzarne l’origine, conoscere le condizioni che potrebbero favorirne la diffusione e intervenire sulle aree più esposte”. Accanto alle attività sul campo, il progetto prevede infatti un’importante componente scientifica. Gli esemplari eventualmente catturati saranno sottoposti a caratterizzazione genetica, con analisi molecolari finalizzate a confrontare le popolazioni venete con quelle già presenti in altre aree italiane e internazionali. L’obiettivo è ricostruire le possibili vie di introduzione dell’insetto e individuare eventuali collegamenti tra i diversi focolai.

Il progetto durerà fino al 31 dicembre 2027 e avrà un costo complessivo di 132 mila euro: 120 mila euro saranno messi a disposizione dalla Regione del Veneto, con 60 mila euro per il 2026 e altrettanti per il 2027, mentre 12 mila euro saranno a carico dell’Università di Verona. L’accordo tra Regione e Università consentirà di integrare le attività di monitoraggio previste dalla normativa fitosanitaria con strumenti avanzati di diagnostica molecolare, caratterizzazione genetica e modellazione del rischio, per verificare se la presenza rilevata nel territorio veneziano sia riconducibile a un episodio occasionale o rappresenti l’avvio di un possibile insediamento della specie.

Fonte testo e foto: servizio stampa Regione Veneto

11 ottobre, a Baver-Pinzano (Treviso) la presentazione del libro “Dal banchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra Medioevo ed età contemporanea”

L’Associazione culturale Borgo Baver, nelle Case Dal Cin presso la chiesa di San Biagio a Baver Pinzano (Treviso), in collaborazione con la libreria Il Punto di Vittorio Veneto (Treviso) organizza domenica 11 Ottobre 2026, alle ore 16, l’incontro a ingresso libero con Danilo Gasparini, autore del libro Dal banchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra Medioevo ed età contempranea.

Attraverso un’analisi approfondita di fonti storiche, ricettari, diari e cronache, Gasparini esplora i mutamenti dei regimi alimentari urbani e contadini legati alle congiunture economiche e sociali del tempo. Vengono così raccontati banchetti aristocratici, pasti monastici, abitudini contadine e la nascita di una cucina veneta oggi celebrata in sagre, festival e confraternite.

Dalla polenta, simbolo della dieta contadina, al baccalà alla vicentina, fino al trionfo del Prosecco, il libro svela come gli alimenti abbiano plasmato l’identità culturale e sociale del territorio. Un viaggio che unisce storia, cultura e gastronomia, offrendo uno sguardo unico sul legame fra cibo e territorio e sulla costruzione di una tradizione che continua a evolversi e a influenzare il presente. Ulteriori info: www.baver.it – info@baver.it – cell. 3534317106

Fonte: Associazione culturale Borgo Baver

7 ottobre, alla Biblioteca La Vigna di Vicenza l’incontro “Funghi: scienza, tradizione e gastronomia”. E fino al 16 ottobre, visibile la mostra “Il regno del gusto. I funghi nella cucina europea dell’Ottocento”

Photo by Heather White on Pexels.com

Unire il rigore della scienza e la passione per la natura con la creatività dell’alta cucina del territorio: è questa la promessa dell’incontro “Funghi: scienza, tradizione e gastronomia”, in programma mercoledì 7 ottobre alle ore 17.30 alla la Biblioteca Internazionale “La Vigna” di Vicenza. Protagonisti di questo vivace dialogo saranno Roberta Melli, ispettrice micologa con un passato nell’insegnamento delle scienze e un’inesauribile passione per i boschi, e Davide Pauletto, giovane chef del ristorante Le Vescovane di Longare (Vicenza) con una laurea in chimica e un talento naturale nel valorizzare i funghi locali nei suoi menù stagionali. Modera l’incontro il prof. Raffaele Cavalli, vicepresidente della Biblioteca “La Vigna”.

Roberta Melli condurrà il pubblico alla scoperta del mondo dei funghi, della loro varietà, del ruolo negli ecosistemi e dell’importanza della corretta identificazione delle specie. Un tema che assume particolare rilievo anche per chi si dedica alla raccolta amatoriale, dove la conoscenza rappresenta il presupposto indispensabile per un approccio consapevole e sicuro. Davide Pauletto porterà invece il punto di vista della cucina, mostrando come il fungo possa diventare ingrediente, espressione del territorio e fonte di creatività gastronomica. Profumi, sapori e consistenze saranno il punto di partenza per parlare di tradizioni alimentari e del modo in cui la cucina contemporanea può reinterpretarle.

Il dialogo toccherà così alcuni temi strettamente connessi: biodiversità, cultura gastronomica, stagionalità, tutela dell’ambiente. La conoscenza dei funghi, infatti, non riguarda soltanto il prodotto che arriva sulla tavola, ma anche il rapporto con il bosco e con gli equilibri naturali di cui essi sono parte. L’appuntamento rientra nel ciclo “I mercoledì della Vigna” ed è un evento organizzato in occasione della mostra “Il Regno del Gusto. I funghi nella cucina europea dell’Ottocento”, aperta fino al 16 ottobre dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e durante tutte le attività aperte al pubblico. La partecipazione è in presenza, gradita la egistrazione: https://bit.ly/4d5vOyX

Fonte: Biblioteca La Vigna

La salute delle api è minacciata da un acaro in espansione dall’Est asiatico verso l’Europa, l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie coinvolto nel gruppo di lavoro per debellare il parassita

Il rilevamento dell’acaro Tropilaelaps mercedesae (nella foto in alto) segnalato ad Artvin, nella Turchia nord-orientale, vicino al confine con la Georgia, rappresenta una minaccia per la salute delle api in Europa. Sebbene la sua presenza non sia ancora stata ufficialmente confermata dalle autorità turche, il livello di infestazione osservabile in un video diffuso dall’associazione di ricerca PHIRA-Science sembra elevato e rende necessario procedere rapidamente con verifiche ufficiali.

La situazione geografica è preoccupante anche alla luce delle precedenti segnalazioni di T. mercedesae in Georgia (2024) e Russia (2025), nonché delle preoccupazioni relative a possibili presenze in Armenia, Azerbaigian e Iran. Il ritrovamento in Turchia potrebbe quindi rappresentare un ulteriore passo nella progressiva espansione dell’acaro verso occidente. Questo scenario evidenzia la necessità di rafforzare la diagnosi precoce, la sorveglianza basata sul rischio, l’armonizzazione delle metodologie diagnostiche e la capacità di risposta rapida, soprattutto nei Paesi situati lungo le possibili vie di introduzione.

Il Centro di Referenza Nazionale (Crn) per l’apicoltura presso l’IZS delle Venezie svolge un ruolo importante nella preparazione a questo nuovo scenario. Grazie all’esperienza nelle malattie delle api e nei parassiti esotici, il Crn contribuisce non solo alla sorveglianza nazionale già attivata nel 2026 con un piano specifico che si affianca a quello per Aethina tumida, il “coleottero degli alveari”, ma anche al rafforzamento delle capacità diagnostiche, alla formazione e allo scambio internazionale di competenze tecniche sulle minacce emergenti, tra cui Tropilaelaps. La partecipazione del Crn italiano al workshop pratico organizzato in Kazakistan il 17-18 agosto 2026 rappresenta un esempio concreto di questo ruolo. L’incontro ha permesso di trasferire conoscenze sulla biologia, peraltro ancora limitate, nozioni pratiche sulle modalità di rilevamento e sorveglianza di Tropilaelaps, rafforzare le capacità diagnostiche dei Paesi potenzialmente a rischio e promuovere metodologie di sorveglianza più armonizzate, oltre a evidenziare i rischi connessi alla movimentazione/importazione di api e materiale apistico non controllato. Il coinvolgimento di Franco Mutinelli, direttore del Crn per l’apicoltura, e del suo staff nel Gruppo di lavoro Apimondia – la federazione internazionale degli apicoltori – sulle Buone Pratiche Veterinarie in Apicoltura dimostra inoltre il contributo del Centro allo sviluppo e alla diffusione di raccomandazioni per la prevenzione, la sorveglianza e la gestione veterinaria delle malattie e dei parassiti emergenti delle api.

“La situazione attuale – afferma Mutinelli – dovrebbe essere considerata un campanello d’allarme per le autorità veterinarie e apistiche europee. La possibile presenza di T. mercedesae in Turchia aumenta il rischio di una sua ulteriore diffusione verso l’Europa orientale e, successivamente, anche più ad ovest. L’informazione e la prevenzione non dovrebbero quindi iniziare dopo la prima introduzione confermata in Europa, ma prima che l’acaro raggiunga il territorio europeo. In questo contesto, il Centro di Referenza Nazionale per l’apicoltura italiano è particolarmente ben posizionato per contribuire alla preparazione internazionale, mettendo a disposizione competenze scientifiche e diagnostiche, sostenendo l’armonizzazione delle metodologie di sorveglianza, formando il personale dei Paesi a rischio e favorendo la collaborazione tra autorità nazionali e organismi internazionali”. Il Crn italiano può quindi svolgere un’importante funzione di collegamento tecnico tra autorità veterinarie nazionali, laboratori di riferimento, organizzazioni apistiche e reti scientifiche internazionali, facilitando lo scambio rapido di informazioni quando vengono rilevati parassiti esotici in prossimità dei confini europei.

Fonte: servizio stampa ISZVe

3-4 ottobre, a villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova) torna Caseus

Sabato 3 ottobre avrà inizio a Villa Contarini (Piazzola sul Brenta, Padova) la due giorni di Caseus, appuntamento promosso dalla Regione del Veneto e organizzato da AProLaV con i Consorzi di tutela dei formaggi Dop del Veneto.

Dei 536 formaggi iscritti, 419 partecipano al 22° Concorso regionale dei formaggi del Veneto, con produzioni da tutte le province: 28 da Belluno, 40 da Padova, 175 da Treviso, 14 da Venezia, 115 da Vicenza e 47 da Verona. Sono invece 117 i formaggi in gara nell’8° Concorso nazionale dei formaggi di fattoria, provenienti da 12 regioni italiane. A completare il quadro ci sarà il 13° Festival delle Dop venete, che quest’anno si inserisce in un percorso ancora più ampio: per la prima volta Caseus ospiterà infatti tutti i 53 formaggi italiani a Denominazione di Origine Protetta, riuniti in uno spazio dedicato che permetterà di attraversare l’Italia attraverso le sue produzioni casearie.

Il programma propone complessivamente 140 appuntamenti tra degustazioni guidate, masterclass, cooking show, incontri con i casari e momenti di approfondimento. Particolare attenzione sarà dedicata alla conoscenza dei formaggi Dop del Veneto, con iniziative rivolte direttamente ai consumatori per accrescere consapevolezza e conoscenza di ciò che arriva sulle tavole. La manifestazione conferma inoltre la propria vocazione internazionale con Caseus Mundi, dedicato alle produzioni casearie europee, con la presenza di espositori provenienti da diversi Paesi. Nel parco di Villa Contarini sarà allestita anche la mostra mercato con prodotti tipici e formaggi regionali, nazionali e internazionali.   Caseus 2026 conferma così il proprio ruolo di appuntamento dedicato non soltanto alla promozione dei prodotti, ma alla conoscenza dell’intera filiera e del patrimonio agricolo e produttivo che rappresentano. Un percorso nel quale la valorizzazione delle Dop si accompagna al sostegno delle piccole produzioni artigianali, al confronto con le esperienze italiane ed europee e alla costruzione di una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Le informazioni su programma e prenotazioni sono disponibili sul sito http://www.caseusitaly.it.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

2 ottobre, al circolo Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione Org Veneto in collaborazione con Argav su come comunicare la biodiversità

Venerdì 2 ottobre p.v., a partire dalle 18.30, nella consueta sede del circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova), si svolgerà il corso di formazione “Comunicare la biodiversità: dalle fonti scientifiche all’informazione giornalistica”, organizzato dall’Org Veneto in collaborazione con Argav. Il corso, che è accreditato come formativo dall’Ordine dei Giornalisti (iscrizioni sulla piattaforma http://www.formazionegiornalisti.it oppure la sera in loco), propone un approfondimento su come leggere, verificare e comunicare i dati relativi alla biodiversità ed agli ecosistemi rurali, utilizzando come caso di studio il progetto “I Custodi della biodiversità”.

Attraverso il confronto tra giornalisti ed esperti naturalisti saranno affrontati il rapporto tra fonti scientifiche ed informazione, la corretta interpretazione dei monitoraggi faunistici e i criteri utili per distinguere osservazioni, indicatori, evidenze e conclusioni scientificamente sostenibili. Il caso concreto consentirà di approfondire come trasformare dati ed osservazioni sul campo in un’informazione ambientale accurata, comprensibile e contestualizzata, evitando semplificazioni, generalizzazioni ed interpretazioni non supportate dalle evidenze. Particolare attenzione sarà dedicata alla relazione tra specie e habitat, nonché alle cautele necessarie nella comunicazione giornalistica dei risultati di un monitoraggio naturalistico. L’esperienza del progetto permetterà inoltre di affrontare temi come la conoscenza storica del territorio, la “citizen science”, l’educazione ambientale ed il coinvolgimento delle comunità locali, quali fonti e contesti per il giornalismo ambientale.

Saranno relatori: Efrem Tassinato, giornalista Argav e presidente Associazione Wigwam Clubs Italia APS “Il territorio come fonte: interpretare correttamente dati, habitat e fenomeni osservati”; Gigliola Dalla Libera, giornalista e direttore dell’Associazione Wigwam Clubs Italia APS “Il progetto  Custodi della biodiversità come caso di studio”; Alessandro Sartori, ornitologo, “Monitoraggio ornitologico: come leggere e comunicare i dati sull’avifauna, i loro limiti interpretativi e gli elementi da verificare prima di utilizzare un monitoraggio naturalistico come fonte”; Giovanni Bombieri, erpetologo, “Monitoraggio erpetologico: anfibi e rettili come indicatori naturali; le condizioni ambientali, che ne influenzano la presenza e le cautele necessarie per evitare letture semplicistiche o sensazionalistiche dei risultati”. L’incontro sarà coordinato da Fabrizio Stelluto, presidente Argav. A seguire ci sarà il tradizionale momento conviviale, grazie alla generosa disponibilità dei Circoli Wigwam.

La Natura non vota

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo da Marco Zambianchi (microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all’Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell’ONB), già pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada, e che  affronta con oggettività scientifica problematiche scottanti dimostrando come possano essere risolte con l’applicazione di strumenti scientifici già a nostra disposizione.


Cosa stiamo facendo da anni con la scienza? Abbiamo preso la microbiologia, la chimica e la genetica — roba che se ne frega altamente dei partiti politici — e l’abbiamo buttata nel calderone dei dibattiti da bar e dei comizi elettorali. Il risultato? Una confusione memorabile in cui i virus, nel frattempo, continuano a fare il loro mestiere senza neanche chiedere la tessera elettorale. Serve invece urgentemente un patto di civiltà: i politici si occupino delle opinioni e dei valori, mentre i dati scientifici lasciamoli analizzare a chi passa la vita in laboratorio a fare esperimenti replicabili.

Prendiamo i vaccini. Il concetto di base è di una semplicità disarmante: si tratta di fare un “addestramento antifrode” alle nostre difese immunitarie. Si prende un antigene — che non è altro che la “carta d’identità” o la faccia del cattivo di turno (può essere una proteina o un pezzetto di mRNA, cioè la ricetta chimica per stampare quella faccia) — e lo si mostra ai linfociti, ossia i poliziotti del nostro corpo. Cellule specializzate prendono questa foto segnaletica e la mostrano ai linfociti T e B tramite una molecola chiamata MHC (immaginatevela come la bacheca degli avvisi di garanzia). I poliziotti imparano la lezione, creano cloni di se stessi e fabbricano gli anticorpi neutralizzanti, delle specie di manette molecolari che si incastrano perfettamente sull’antigene per bloccarlo. Da lì scatta la “festa”: il sistema del complemento (una squadra di demolizione chimica) distrugge l’intruso e le citochine (gli altoparlanti molecolari) urlano a tutto il corpo di stare in allerta. Tutto questo serve a creare l’immunità di gregge, che dipende solo da quanto è contagioso il patogeno (il famoso numero di riproduzione basale, o R0, che indica semplicemente quanti ignari passanti un singolo infetto riesce a inguaiare metaforicamente).
Quando la politica si intromette in questo meccanismo perfetto, inizia il circo. Si ingigantiscono rischi rari come miocarditi e trombosi o li si minimizza del tutto, dimenticando che un conto è l’immunità che ti impedisce di prendere il raffreddore e un conto è quella che ti salva dal finire all’ospedale. 

Prendiamo il morbillo: ha un R0 compreso tra 12 e 18, il che significa che è un cecchino dell’infezione. Se la copertura vaccinale scende sotto il 95% perché qualcuno decide che i vaccini sono un complotto, il virus ringrazia e torna a fare stragi, provocando persino la panencefalite sclerosante subacuta, che detta in parole povere è una grave infiammazione che devasta il cervello.

Per la polio, la politicizzazione ha ritardato l’eradicazione al punto da far circolare ceppi derivati dal vaccino stesso. Con il COVID-19 e la tecnologia a mRNA — dove minuscole sferette di grasso consegnano alle cellule le istruzioni per stampare la proteina spike, l’arpione del virus — la zuffa politica su pass e mandati ha fatto perdere di vista il dato reale: i vaccini evitavano di finire in terapia intensiva mentre il virus mutava l’arpione per sfuggire ai controlli. Persino per il vaccino contro l’HPV, una barriera proteica che previene a manetta il tumore al collo dell’utero, le resistenze ideologiche hanno rallentato la prevenzione, regalando vantaggio al cancro.

Passando al clima, la storia non cambia. La CO2 e gli altri gas funzionano esattamente come i vetri di una serra o una coperta di lana in pieno agosto: assorbono la radiazione infrarossa e trattengono il calore. Il ciclo del carbonio è gestito da un’imponente fabbrica microbica. La fotosintesi usa un enzima star chiamato RuBisCO per catturare l’anidride carbonica, mentre batteri e funghi decompositori la rilasciano a suon di respirazione. Negli ambienti privi di ossigeno entrano in scena gli archei metanogeni, microrganismi che producono metano (in pratica le flatulenze del micro-mondo), controbilanciati dai metanotrofi che quel metano se lo mangiano. Quando troppa CO2 finisce in acqua, si forma acido carbonico che abbassa il pH degli oceani: in un ambiente acido, i coralli e i molluschi non riescono più a fabbricarsi la casa di calcare.
La politica però preferisce semplificare tutto in uno scontro da tifosi tra catastrofisti e negazionisti, ignorando la matematica dei bilanci energetici. Se il permafrost (il terreno perennemente congelato) si scioglie, i microbi si svegliano e iniziano a produrre metano a manetta: i microbi non aspettano i decreti legge. Nei suoli agricoli, i batteri che fissano o trasformano l’azoto possono liberare protossido di azoto (N2O), un gas serra che fa impallidire la CO2. Se fai leggi basate su slogan elettorali invece che sui bilanci chimici dell’azoto, distruggi la fertilità del campo e scaldi il pianeta. Lo stesso vale per gli eventi estremi: attribuirne uno al clima richiede modelli probabilistici complessi, ma la narrativa politica preferisce dire che è tutta colpa del destino o che è l’apocalisse imminente, mandando in vacanza la percezione del rischio reale.

Infine c’è la genetica, dove la politicizzazione tocca vette di pura fantascienza. Il DNA è quel famoso nastro a doppia elica che custodisce le istruzioni della vita. Per correggerlo oggi usiamo CRISPR-Cas, che non è altro che un paio di forbici molecolari che i batteri hanno inventato milioni di anni fa per difendersi dai virus. Con una molecola di guida a RNA gli diciamo dove tagliare e possiamo spegnere un gene difettoso o inserire una correzione. La microbiologia applicata usa questi strumenti per mappare patogeni o ingegnerizzare batteri trasformandoli in fabbriche di farmaci. Ma la politica tende a fare un minestrone unico tra editing somatico (curare le cellule malate di un paziente) ed editing germinale (modificare l’embrione e le generazioni future), o tra OGM e selezione tradizionale.

Pensiamo alla resistenza agli antibiotici: i batteri si scambiano i geni della resistenza tramite plasmidi, specie di chiavette USB molecolari che contengono la ricetta per neutralizzare i farmaci (come le beta-lattamasi) o per pomparli fuori dalla cellula. Se la politica regola l’uso degli antibiotici negli allevamenti in base agli umori e non alla biologia, selezioniamo super-batteri indistruttibili. Sugli OGM agricoli — come le piante capaci di produrre la tossina Bt per difendersi dagli insetti da sole — il dibattito ideologico ha ritardato soluzioni che avrebbero ridotto l’uso di pesticidi chimici. Sulle terapie geniche ci si blocca sull’accusa di “giocare a Dio”, e sugli screening genetici si confondono le semplici probabilità statistiche con il destino assoluto, usandole persino per strampalate teorie identitarie.

Se continuiamo a ignorare la realtà molecolare in favore degli slogan, le conseguenze saranno brutali e misurabili.

Nel breve termine, il calo delle coperture vaccinali farà tornare le epidemie di morbillo o pertosse, con cariche virali alle stelle e ricoveri evitabili. I feedback microbici del terreno continueranno a liberare gas serra seguendo i gradi centigradi e non i comunicati stampa, mentre la perdita di tempo sulla genetica farà circolare indisturbati i batteri resistenti agli antibiotici. Nel lungo termine, la perdita dell’immunità collettiva selezionerà patogeni sempre più aggressivi o abili a schivare le difese. I cicli del carbonio continueranno ad alterare gli oceani devastando la catena alimentare marina. E l’evoluzione andrà avanti spietata: i batteri impareranno a distruggere anche i nostri ultimi farmaci modificando i loro bersagli molecolari o le pareti cellulari, riportandoci a un’epoca in cui ci si poteva morire per un graffio di gatto.

Non finirà il mondo con un’esplosione da film hollywoodiano, semplicemente pagheremo un conto salatissimo in termini di vite, salute ed economia. Le molecole, gli enzimi e i virus se ne infischiano delle nostre opinioni politiche e continuano a rispondere solo ed esclusivamente alle leggi della fisica e della biologia. Separare i dati scientifici dalle decisioni politiche non significa far governare i laboratori, ma solo smettere di discutere se la gravità esista o meno mentre stiamo cadendo dal quinto piano.